Spider-Boy

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giovedì 30 maggio 2013

Silenzio armato

Ilaria Guccione, Dateci il pallone (Palermo, 2013)

C'è un silenzio armato tra il mio tutto e il tuo. C'è un sentiero minato che ogni volta ci si esplode e ci si salta per aria che è notte fonda e ci si affossa di note stonate. Qualcosa di me deflagra per strada e qualcosa mi rimane ed è sempre quel che è perso a rimanere più impresso perché avresti voluto salvarlo, perché se poi lo racconti e non hai niente tra le dita ti dicono che hai inventato tutto. Come un'eco distorta, quel frastuono ti bussa sul petto al mattino, tra il risveglio e la tazzina di caffè che ti traballa in mano. Si dovrebbe poter tornare bambini, pensi mentre quel caffè ti barcolla per la gola,  però a patto che qualcuno ti dica che te lo devi godere tutto quel tempo che ti sorride smisurato e prepotente. Che poi. Ci si misura a passi scanditi dalla fretta in bilico tra le scadenze ed il dolore. E tutti ad esigere un pagamento e tu che ti chiedi perché non ti lascino in pace, chè tu paghi tutto sempre. Ti scriverò un'ultima lettera in 42 linee, come nella Bibbia di Gutenberg, risparmierò sulle sillabe ma non avrò comunque lo spazio per dirti che. Siamo occasioni buone che eccedono in distrazione e difettano in coraggio.


martedì 28 maggio 2013

E la memoria è già dolore

Ilaria Guccione, La pioggia vista dal parabrezza (Palermo, 2013)

Dolore. Che è maschio se lo dici in italiano ma se lo scrivi in francese diventa femmina. Dolore che ce n'è sempre per tutti, che di notte ti afferra per i capelli e, anche se non ne hai, tranquillo che ti serra il collo e hai voglia a nasconderti sotto il cuscino o girarti ogni cinque secondi tirando su il lenzuolo, ché se ha deciso di farti compagnia non ti lascia facilmente. Ti prende alla schiena e ti tortura di lama, ti sfinisce ma non ti finisce mai.
E a volte te lo vai perfino a cercare da te, hai visto mai che stavolta ci passo attraverso e rimango indenne. E invece no. Tu che ti scavi nella memoria e ci ritrovi solchi profondi di dolore che solo tu li sai.
Oggi è una giornata che non sa di nessun colore, che ci minaccia di pioggia dal mattino e quella bastarda dopo pranzo ci raggiunge, saluta prepotente e se ne va.
Oggi è una giornata che le ore e i minuti te li conti in un display da sala d'aspetto mentre litighi con un dolore d'ossa che si gioca tutto nel presente e, a volerne scegliere uno che sia più accettabile per questa giornata, ti parte un malsano gioco di specchi e d'incastri che il dolore te lo aumenta e allora concludi che preferiresti solo poter cambiare tempo e argomento. Provi a distrarti, a passare in rassegna i volti della gente con cui condividi la stanza. La signora stravecchia che dorme, con i suoi gambaletti neri stretti che le fanno le gambe ancora più enormi, il bambino che continua a giocare con le suonerie del telefonino e gli daresti volentieri un bel ceffone però non puoi e allora lo fissi con quello sguardo che dice bello stronzo che sei e lui ti risponde a tono e ti spara a singhiozzo la marsigliese. E quell'altra che si lamenta che ha il piede gonfio e vorresti chiederle ma perché cazzo sei venuta qui con quei tacchi. Poi ti stanchi e ti fai partire nella testa quella canzone che ti porti dietro da stamattina e lasci che ti faccia compagnia anche mentre ti rimproverano che no che non sei dritta, su la testa, e poi un po' a sinistra e dopo un altro po' a destra. E' che io sono storta di mio, un attimo di pazienza che mi adeguo ai tuoi parametri ma solo per la durata dell'esame.


sabato 25 maggio 2013

Beati

Ilaria Guccione, "Padre Pino Puglisi Beato. Brancaccio in FESTA" (Palermo, 2013)

Beati quelli che dopo che li ammazzate non gli fate la festa ogni anno. 
Beati quelli che una volta sepolti non li ritirate fuori, per trovarli intatti e scippare loro qualcosa. Ché qualche pezzo d'osso ritorna sempre comodo, la mania delle reliquie la ostentate ancora.
Beati quelli che dopo che li avete massacrati di tritolo o di pistola, li lasciate finalmente riposare in pace.

E' festa, oggi a Palermo è ancora festa, moriremo bombardati dai festeggiamenti di questo maggio infinito.  Dopo Falcone tocca a Pino Puglisi, che oggi l'hanno proclamato beato in un foro italico invaso da gente di ogni età e maxischermi e palloncini e panini e divise di ogni tipo, dal boy scout al poliziotto, dal cardinale al chierichetto. A girare là intorno ci trovavi le signore di una certa età con il loro sgabellino e i privilegiati coi loro posti riservati che non ti puoi neanche avvicinare. Quelli che nel loro paradiso hanno già prenotato un posto tra le prime file.

Ilaria Guccione, Beati i bambini che giocano (Palermo, 2013)

venerdì 24 maggio 2013

Ora non posso dire la storia

Ilaria Guccione, Questi bimbi davanti al mare (Aspra, aprile 2013)

Ora non può narrare. Quanto preme e travaglia arresta il tempo, il labbro, spinge contro il muro alto, nel cerchio breve, scioglie il lamento, il pianto.
Solo può dire intanto che un giorno se ne partì con un bagaglio di rimorsi e di pene. Partì da una valle d'assenza e di silenzio, mute di randagi, nugoli di corvi su tufi e calcinacci.*


Ora non può dire la storia, se non che oggi c'è di nuovo inciampata per troppa curiosità di lei e memoria latente e che ci sarà mai in quel taccuino e allora si siede e sfoglia. Sicura di averci lasciato annotazioni su vecchi libri da biblioteca, ricchi collezionisti e quadri scomparsi, ci ha ritrovato lei e la giostra dei ricordi zoppi ha ripreso a girare. Mica come ieri che altri ricordi di carta li ha salutati appena, di quelli ormai ingialliti che ti vedi insieme vicina e lontana e ti regali nello stesso tempo una smorfia di fastidio e un sorriso di sollievo, perché la grafia la riconosci ma il numero delle pagine e le date e l'ora l'hai dimenticato. E ti rammenti meglio il tempo del treno e quello del mare, quello degli occhi ad afferrare paesaggi e della mano sul foglio a impressionarti la memoria del giorno.
Ora non posso dire la storia, che gira la storia gira, la giostra gira, la testa anche. Se non sto attenta, qualcosa si infrange. Ti do le spalle, mi do le spalle, mi cerco un qualche sogno ma me lo trovo distante. Ci ballo su, ci cado giù. Tutte le volte che provo a scendere ma ancora non si può, con la mia ombra che mi fissa muta e ride e piange.


* Incipit de: L'olivo e l'olivastro, Vincenzo Consolo.


martedì 21 maggio 2013

Ci lasceremo alla stagion dei fior

Ilaria Guccione, Il gioco richiede concentrazione (Palermo, 2013)

Addio. Parola breve che si paga.
Che per riuscire a dirla ci pensi e ci ripensi e la parola non ti viene fuori lo stesso. Eppure. Basterebbe giocare d'inganno, convincersi che tanto prima o poi ci si rivede e allora lascia stare il fazzoletto. Questione di tempo e chi lo sa tra un giorno, tra un anno o nella prossima vita saremo qui seduti allo stesso tavolo a raccontarci le omissioni, a ricucirci di parole sensate ogni nostra storia. Ti riconoscerò da quella cicatrice sbiadita sull'addome, da quella crepa che ti urla e che me la sento addosso anche se ci hai messo una toppa.
Come un filo sospeso e intrecciato, come il telefono fintamente dimenticato fuori posto o un conto da saldare al  prossimo stipendio, un farsi credito a vicenda aggrappandosi all'idea che il tempo ci riconosca la strada del ritorno.
Addio. Sono costretta a ripetermi oggi fin dal risveglio e subito mi rispondo che è troppo, no che proprio oggi non ce la faccio. Mi concedo il tempo del vicolo per regalarmi una salvezza provvisoria ed eccoti apparire quel volto lì davanti agli occhi. Me lo lascio camminare a fianco per non pensare a quel saluto maledetto che mi aspetta. Eppure. Mi son confusa di malinconia, ché anche a lui avrei dovuto dire addio. Paggio Fernando, perché mi guardi e non favelli? E lui le rispose: guardo i tuoi occhi che son così belli. Una partita a scacchi, che a sbagliar mossa lui ci perde la vita e se invece vince ci guadagna in sentimento. Un ricordo lontanissimo che mi assale per strada, di un libro dalla copertina rossa ed io bambina ad imparare con ostinazione le battute del testo teatrale di Giuseppe Giacosa a memoria.* Sarà che a ficcarmi dentro una storia di Sciascia** ci ho incontrato il padre di Giuseppe, quel Guido Giacosa che dal Piemonte si è ritrovato a Palermo a fare il magistrato e a muoversi in una notte del 1862 che qui volavano i coltelli. Gira e rigira da qualche parte ci si ritrova tutti. E finalmente arrivo. Entro nella stanza e mi aggredisce quel vuoto che il sentimento mi diceva ancora pieno. 
E allora addio neanche te lo dico, mi volto e vado via. Lascio che a ripeterselo siano Rodolfo e Mimì che se lo promettono per la primavera. Che in inverno fa tristezza, aspetteranno il sole per regalarsi almeno un sorriso, si lasceranno alla stagion dei fior***
Ecco. Ci lasceremo alla stagion dei fior. Se per te non è un problema, vorrei che fossero viole.

* Una partita a scacchi, 1873.
** I pugnalatori, 1976.
*** Il libretto de La Bohème, musicata da Giacomo Puccini, è di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica.


sabato 18 maggio 2013

Trasi, talìa e nesci

Ilaria Guccione, Il piccolo venditore di pannocchie (Palermo, 2013)

Il bambino accompagna il padre col lapino, che coi conigli non c'entra niente, a vendere pollanche, che non sono galline né gallinelle. Insomma, nel cuore del cuore della città, proprio là dove incombono i quattro canti, ci trovo parcheggiata una moto ape carica di pannocchie bollite e se non conosci Palermo probabilmente ti sfugge il senso di quell'incrocio di monumenti, turisti, di traffico di cavalli e auto e anche il senso del mio sorridere per questo incontro.
Il bambino sembra stanco, magari ha fame, magari vuole tornare a casa ma non apre bocca, gira intorno al lapino e osserva i grandi e anche lui sorride. Il bambino, la storia di tutta quella storia che gli gravita intorno di sicuro non la sa. Nessuno gliel'ha fatta imparare a memoria in funzione di questi giorni che Palermo ti apre le porte e ogni scuola fa da madre adottiva a un monumento. Il bambino a scuola non c'è andato, lui la sua storia se la improvvisa per strada.
Eppure dice che questi sono giorni di festa, che non fai altro che incontrare scolari che si arrampicano tutti sulle stesse parole di un identico copione che stringono tra le mani e che i grandi gli hanno scritto ricopiando vecchi copioni di altri grandi che il più delle volte hanno copiato altri. Si fa storia tra stanze di casa e stanze di scuola e nessuno che guidi gli altri con la semplicità del guardare.
Sono diciannove anni che ci aprono queste benedette porte e sono tutti contenti. E nessuno che riconosca che ci concedono solo spiragli a trasi, talìa e nesci e un senso della memoria distorto per  difetto di  luce e  di tempo.*
Qui sarà davvero festa quando troveremo intorno solo porte scardinate in ogni edificio e ogni santo giorno e non i consueti apparati effimeri che precedono l'anniversario della strage di Capaci.


* Entra, guarda ed esci.

Ilaria Guccione, Vera sete (Palermo, 2013)


mercoledì 15 maggio 2013

Di quale ora è giusta l'ora?

Ilaria Guccione, Che barba (Palermo, 2013)

L'orologio ci guarda da ogni pubblicità possibile, segnando sempre la stessa ora. Sono le 10.10 e da quel tempo imposto in allegria da acquisto non si scappa e ciò vi basti per sorridere, per fingere di alleggerire quel peso che immancabilmente vi inchioda verso il fondo, su ogni suolo che calpestate: il tempo di cadere e neanche ve ne siete accorti. Vivendo di espedienti in scadenza breve, fermandosi a quel che arriva all'occhio, ad ogni rosso da semaforo che accelera il battito e nessuno che ve l'abbia spiegato per tempo eppure eccovi tutti lì a tirar di freno fino al prossimo segnale da rispettare.
Qui intorno son tutti pronti a dire che è l'ora giusta ed io non so neanche per farci cosa. Tutti ad insistere che, se non sto attenta, son cazzi miei perché poi lei passa e non ritorna più.
Dicono che sia l'ora buona, per la rivoluzione, per la festa, per scambiarsi baci da una finestra. Eppure passo e ripasso e non trovo nessun sorriso appeso alle persiane e incontro il solito muoversi restando fermi e nessun tempo buono per dirsi allegri.
Sarà che io il tempo non me lo peso né misuro in lancette da orologio al polso o al muro. Sarà che la gente arriva come va e non ti dà mai preavviso né indulge in pietà. E allora aspetta, se sai aspettare ma anche se lo fai continua ad andare, che è tutto tempo squadernato e via. Dammi tempo buono se di tempo da dare ancora ne hai, che quello giuro che lo so anche quando piango e se arriva giuro pure che me lo prendo tutto e ti scatto perfino una fotografia.