Spider-Boy

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domenica 7 agosto 2016

Il est trop tard

Ilaria Guccione, Il tempo è scaduto (Roma, luglio 2016)


Tempo si dice vecchio perché è già andato. 
Tempo regge uno specchio perché solo il presente afferriamo nell'istante di un riflesso. 
Tempo che gira in un tempo perfetto e circolare che solo lui sa regolare. 
Tempo con i suoi denti ferrosi che basta un morso e tutto azzanna. 
Tempo che strugge, rovina, consuma e sempre fugge. 
Tempo che ce lo rubano ogni giorno e noi a volerci solo armare di inutile speranza, a credere di potere computare improbabili sconti che nessuno ci concederà.
Ché il tempo scontato da noi è contato dagli altri, quelli che, nel tempo ufficiale di un battito d'ali e di un volteggio barocco di clessidra, ci dicono che ormai, per loro, è troppo tardi. 
Tempo che imbianca, tempo che sfianca, tempo che incassa. Tempo che pochi raccomanda, tempo che troppi condanna. 
Non resta allora che il tempo della strada, l'unico che sai contare e sei già arrivato non importa dove. Ma prima o poi, e tempo permettendo, ti ritroverai di nuovo a casa.
Ma non chiedere a me dove si trova casa, che ti saprei soltanto dire che quella mia si trova sempre altrove.






lunedì 25 aprile 2016

Aprile 1945

 
Ilaria Guccione, Al Comandante Barbato (Palermo, febbraio 2014)


APRILE 1945. Ecco la guerra è finita. Si è fatto silenzio sull'Europa. E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi. Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle. Come siamo felici. A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia, nessuno era più capace di andare avanti a parlare. Che da stasera la gente ricominci a essere buona? Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate. Felicità su tutto il mondo, e pace! Infatti quante cose orribili passate per sempre. Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori le case non saranno mai più così immobili e nere. Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali, non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni. Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell'aria, notte e dì, capricciose tiranne. Non più, non più, ecco tutto, Dio, come siamo felici. E non avremo più gli anni di ieri, non incespicheremo più per le scale col batticuore insorgente, non fisseremo più le altre facce, tacendo al fioco lume, tra gli stillicidi di salnitro, in attesa del colpo, ambigue parole di ufficiali in coperta non ci daranno più l'orgasmo, per tutta la restante vita non sirene, né detonazioni, né fughe, né notti insonni di paura. Addio dunque per sempre. Ricominciamo, o amici, a dormire senza soprassalti, a dire "domani", a dimenticare la morte. Ecco tutto. Ieri, ancora eravamo giovani, bene o male pronti alla sorte, da stasera non più. Buon riposo, pane bianco, ristoranti illuminati sul golfo, eccetera, dolci cose di un tempo andato, e sia pure!, ma una fossa nera ci separa, e qui abbiamo lasciato la vita. Giovani fino a ieri, da stasera vecchi e prudenti, e lo dovevamo sapere, ce lo potevamo aspettare, idioti che non siamo altro. Che felicità, vero? Ma perché queste facce? Perché non ridete dunque? Fate il vostro dovere.

Dino Buzzati, da: In quel preciso momento, ed. Mondadori, 1963.
(Il testo del brano circola qua e là sul web  con le frasi spezzate in apparenza di poesia intitolata 25 aprile 1945. Nella "poesia", la Felicità su tutto il mondo è pace! e ci si arresta a: come siamo felici.) 

 

mercoledì 9 marzo 2016

Come un Orfeo che non sa più intonare

Ilaria Guccione, Piedi d'artista (Roma, novembre 2014)


Le parole buone per il commiato, quando le cerchi ti sorprendi in perdita di fiato.
Passiamo attenti tra spazi infiniti fatti di niente chè a niente serve computare conforti sghembi sul dolore.
Se si può dire niente quest'ingombro di pena e d'inverno che ci appanna il cuore.

Come un Orfeo che non sa più intonare colore e presente.
Voltarsi all'improvviso e sul viso inciampare in uno strazio trasparente.
E ritrovarti sempre lì che non puoi fare un passo, dirsi ogni volta che è meglio andar via, magari un altro giorno sarò forte e poi ripasso.
E intanto è già la giravolta del ricordo, quell'accostarsi che non è mai abbastanza per districarsi dal groviglio muto dell'assenza.

Ombra della mia ombra, lasciami andare, me lo ripeto sottovoce e non mi so ascoltare.










venerdì 8 gennaio 2016

Chi ha baciato il Genio di Palermo?

Ilaria Guccione, La gamba mi basciò questa demente (Palermo, gennaio 2016)


You must remember this, a kiss is still a kiss…
Certo che per la tua idiota bocca di rossetto rossa potresti scegliere un bersaglio più consono, potresti ad esempio consumarla su un’altra bocca mentre un tram che si chiama Genio (proprio come la statua che hai imbrattato) ti porta verso il centro commerciale dove potrai fare scorta di rossetti per poi ricominciare.
Dice che qui avanziamo verso un grandioso futuro e sempre viva Palermo e santa Rosalia.
A me sembra che, a furia di sputare sul passato, di dimenticarlo, di lasciarlo crollare per costruirci meglio sopra e sotto, di chiudere un occhio per aprire un cantiere, noi si incespichi in un presente di merda.












 

venerdì 1 gennaio 2016

Un due tre

Ilaria Guccione, Fai da te o passa a 3 (Palermo, giugno 2015)


Un due tre, questa storia tocca te.
Tre due uno, non risponde mai nessuno.
Se mi fermo a far di conto non comincerò il racconto,
come quando il troppo andare mi ubriaca il ricordare.
Le parole valgon niente, non attraggono la gente
che è fin troppo indaffarata tra il bicchiere e la risata, 
tra il sorriso e il malcontento trucca il viso ed alza il mento.
C'è la penna che mi aspetta ma la mano non ha fretta.
C'è che manco le parole, dito batte e lingua duole.
C'è che scrivo fino a cento ma mi fermo e me ne pento. 
C'è che spero che poi un giorno se mi perdi so il ritorno.
C'è che a farci su la rima, tutto resta come prima.




domenica 15 novembre 2015

Luoghi comuni


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Ilaria Guccione, Elle et lui (Palermo, ottobre 2015)

Viviamo di luoghi comuni in cui non ci si incontra mai.
Meglio così, esco da sola, da sola canto. Una canzone che da sola ci potrei ballare su per tutto il tempo che ho. Una canzone in cui lei balla con lui e sola rimane, è colpa della folla che quell'uomo le aveva donato e poi le aveva portato via. E' una vecchia canzone francese e non lo so perché ho in testa proprio questa, non importa e non mi rompete i coglioni perché la canzone è francese perché io, di vecchie canzoni francesi, ne ascolto e canto di continuo. E non mi rompete i coglioni perché mi rattristo se amici di amici sono crepati, se sono stata in ansia per gli amici miei, francesi e non. E non mi rompete i coglioni perché lo so da me che la guerra fa schifo ovunque e sempre ma voi siete tanto bravi a dirlo che io preferisco stare zitta.
E' colpa di chi, è colpa di cosa, io lo so, tu lo sai, loro però, tanti, troppi, di saperne non vogliono.  Sono stanca di sentirvi danzare tra estremi, continuo a camminare.
Mi fermo, nella solita piazza, che in questi giorni è un deserto di sabbia. Che ci rifaranno la pavimentazione bella nuova regolare, in barba a quel che c'era da salvare. Tanto poi sarà piena come sempre di merda, di sputi di vetro di bottiglia. 
Il passato è sempre un ospite straniero, il presente ci accontenta fino a quando non ci attenta.
Mi fermo, nella solita piazza, a osservare i piccioni. Meglio che ascoltare voi che inneggiate alla guerra e rimpiangete le crociate, voi che la storia è un solletico che ha lasciato un segno lieve sui banchi di scuola. Meglio che ascoltare voi che mi rimproverate che di morti ce ne sono altri, troppi, ogni giorno in ogni altrove. Meglio che guardare voi tricolorizzarvi la faccia perché un social network vi suggerisce che così potete sostenere oggi Parigi, domani chissà.
Mi fermo e guardo i piccioni che approfittano del deserto della piazza per una doccia e qualche innocuo bisticcio. Li guardo, li invidio, sorrido e torno a casa.
Viviamo di luoghi comuni in cui, per fortuna, io e voi non ci incontriamo mai. 

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Ilaria Guccione, La doccia (Palermo, novembre 2015)






lunedì 26 ottobre 2015

Corteggio uno spiraglio

Ilaria Guccione, Sbirciare (Palermo, aprile 2014)


Ci sono e non ci sono: corteggio uno spiraglio.
Mi vedo e non ti vedo: t'attendo e mi sbaraglio.
Ti cerco e non mi cerco: m'avanzo e poi deraglio.
Mi conto e non mi conto il tempo che mi avanza:
corteggio uno spiraglio nascosta in questa stanza.
Sussulto ad ogni abbaglio che ha nome di speranza.