Spider-Boy

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domenica 9 febbraio 2014

Sappiamo solo crollarci addosso

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Ilaria Guccione, Sappiamo solo crollarci addosso (Palermo, febbraio 2014)
 
Che t’accusa di averlo perso e tu pensavi di averlo battuto, che t’incolpa d’averlo ammazzato e tu ancora convinto che l’hai trattenuto.
Tempo che se ne va senza concederti un saluto. Tempo che hai chiuso gli occhi il tempo necessario per ricordarlo meglio, che vorresti dirgli almeno qualcosa e invece sai solo restar muto.
Gira e rigira, il gatto. Rosso di pelo che sembra uscito dall’ultimo film dei fratelli Coen, bello e pasciuto che sa di casa, lesto di zampa gira e rigira per la piazza deserta di parole sensate. Dribbla veloce tra le macerie e, dopo una passerella elegante sul muro, si tuffa in quel mistero di rifiuti che pareti ancora in piedi lasciano solo intuire e poi te lo ritrovi tra le gambe. Come a dire au revoir a voi che ve la smarrite la via di casa dopo due passi lenti in fila, che la paura vi falla la memoria, che l'arroganza vi fa calpestare ogni storia, io sì che la so la strada per tornare.
Sappiamo solo crollarci addosso. Che così si piange meglio, che così si ha sempre pronto un motivo di lamento. Che così si vive meglio, che così ci si può spolpare fino all'osso. Che così ci si fa viziare dal più comodo punto di vista e rimanendo immobili ci si lascia andare.

venerdì 7 febbraio 2014

Vucciria shooting

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Ilaria Guccione, Il muro di Palermo (Palermo, febbraio 2014)


Pezzi su pezzi, pezzi di pezzi intorno. Solo pezzi rotti dentro. Raccogliere tutti i pezzi per aggiustarsi. Avere colla buona che odora di pazienza e tempo. E dita che sanno coincidere e coincidenze che ci toccano. E aspettarsi che poi manchi ugualmente qualcosa, ché il lieto fine è gioco da film e ci si aggiusta solo al peggio.
Sappiamo solo crollarci addosso. Che così si vive meglio, che così ci si può spolpare fino all'osso.
 
A piazza Garraffello questo pomeriggio sembrava di essere sul set di un film. No, non è Wim Wenders che è ritornato in Vucciria, che solo chi vive qui può capire come abbia fotografato la nostra realtà, è che la realtà sa sempre farsi grande in fantasia.
E allora per un attimo quasi ti dimentichi che il 5 febbraio alle 21.43 un boato ti ha invaso la casa, che una palazzina a due passi da te è crollata. Ché era stanca di viver di stenti in una piazza trascurata, non ne voleva più sapere di spazzatura elevata ad arte e di bordello notturno che te lo chiamano movida a lasciarle ogni notte altra spazzatura sotto il prospetto, non voleva essere cool, voleva stare in pace.
Va a finire che le cose si ribellano meglio e più delle persone. Va a finire che è meglio il suicidio di mura e tetti che l’aspettar aiuto e salvezza dagli uomini. Cronaca di un crollo annunciato e finalmente il silenzio tanto agognato. La casa vibrerà soltanto nel ricordo, mai più per quelle aggressioni da troppi watt che continueranno a fregarmi il sonno, ché si era offesa di quel suo stare in attesa, di aspettare un impossibile meglio. Che si sa come va, è meglio un crollo di un "il tuo star male io m'accollo".
Dice che stanno murando la piazza e allora non posso non andare a spalancarci gli occhi mentre mi chiedo se io mi ritroverò a Vucciria Est o Vucciria Ovest. L’operazione muro, che in concreto vuol dire elevare mura per bloccare cinque accessi, è stata interrotta in fase 3 ad altezza che perfino io posso scavalcare perché i gestori dei malmessi pub si sono insediati nella piazza. Ché quelli non l’hanno ancora capito che non è il caso di far feste e festini questo fine settimana. Di fare rumore, di spargere fumo. Di fare rumore, di annusar polvere. Che loro dice che si guadagnano onestamente da vivere, me lo ribadisce un ragazzino che ci tiene a dire che lui è l’unico incensurato e gli scappa un sorriso storto d'orgoglio e mica si gioca la fedina penale per far resistenza. Mentre una ragazzetta ben vestitina e truccatina fa finta di niente e solo ad alterco finito tra me e lui ci dice che va a scrivere l'articolo. E me lo potevi dire prima perché ci davi le spalle, che ti dicevo anche che penso dei giornalisti.
Ho visto gente nata e cresciuta qui piangere con un occhio davanti alla rovina, e con l’altro sorridere all'idea di un bel parcheggio costruito al posto dei palazzi della piazza.
Ho visto poliziotti rigidi nella divisa passeggiare sorridenti e snodati giocando alla messa in posa con le macerie sullo sfondo e uno di loro, accento meridionale ma meno di quello che mi appartiene per nascita, dirmi che sì, stiamo qui un altro po’ ma poi ce ne andiamo.
Ho sussurrato a quel che resta e dai urla qualcosa, di' la tua adesso, non aspettare ancora, crolla finché puoi ma fallo ora.
Nel silenzio, nel gioco, nell'inesistente battagliare. Ho sentito il mio amore profondo fare a pugni col mondo. Son tornata a casa pensando a quelle tre galline spennacchiate da spavento che se ne infischiavano di tutta quella ridicola gente e continuavano a becchettare frammenti di tufo e cemento.


giovedì 6 febbraio 2014

Deflagrazioni

Ilaria Guccione, Accura! (Palermo, febbraio 2014)
 
Pezzi su pezzi, pezzi di pezzi intorno. Solo pezzi rotti dentro. Raccogliere tutti i pezzi per aggiustarsi. Avere colla buona che odora di pazienza e tempo. E dita che sanno coincidere e coincidenze che ci toccano. E aspettarsi che poi manchi ugualmente qualcosa, ché il lieto fine è gioco da film e ci si aggiusta solo al peggio.
Sappiamo solo crollarci addosso. Che così si piange meglio, che così si ha sempre pronto un motivo di lamento.
 
E gli eventi scontati ad incrementare nausea e a rimuovere appetiti stentati: i tg delle rassicurazioni, i presidenti che si raccomandano e si approvano, gli amori sintetici, i pentimenti asfittici. Trionfano le rappresaglie, per ogni dove, apotropaiche. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il deprimente apparire, il qua qua qua… sono qua sono qua sono qua. E come sempre si scambia il cortile per proscenio. La logica del fare ha punteggiatura attenta e allora la tieni a distanza, ché ogni messa a punto ti spaventa, pensi di capovolgerla e invece ti ritrovi a camminare sulle mani. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E le eccezioni sotterrate per eccesso di stupore che a turno fai rimare con terrore o rancore. E’ la necessità superflua del gioco, l’ostinazione del giocatore che persegue regole malintese. E ti ritrovi di nuovo a camminare sulle mani mentre trattieni il fiato o ciò che più gli somiglia e perdi il passo, l’ora e il marciapiede. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il sottinteso del dubbio, l'arte del peccatore, il pensiero che cigola e la testa che sbatte dove il ricordo duole. E’ il sorriso che zoppica, che anche se ti giri ha fruscio di tempesta. Ci sono notti in cui nessuna direzione ha senso, ché da altezze diverse si sa precipitare male. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E l’istinto del niente, quello che accende e consuma e quando ritorni non trovi varchi di parole. Sul tuo cemento si estinguono le ombre del “chissà come mai” e intermittenze e cortocircuiti autoreferenziali in prossimità. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E gli sproloqui nocivi al bel pensare. E riecco il demente qua qua qua… sono qua sono qua sono qua! E si riscambia cortile per proscenio. Il ben dell’intelletto ha respiro silente e un’unica parola per risposta, sottovoce: fottetevi. E’ il buonsenso dell’essere consistenti, l’approccio ripido dell’esserci. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il dolore così stretto che non lo sai più misurare. E dita che per contarsi si scontano fino ad un luogo di tre lettere che non concede il rammendarsi, lì puoi solo scucirti il senso e dai che lo sai che ti riesce a meraviglia. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E l’approdo mancato, ché il dolore ti sfascia lasciandoti provvisorie anestesie nella memoria. Il luogo giusto non si disegna in spazi ma in accordi di senso, che se non ti navigano tra le dita non possiedi ritorni per nessuna partenza. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E la prima sigaretta che stordisce il dolore e tutto quel “faccio, non faccio per te” che desideri un deus ex machina che almeno ti soffi lui sul tormento. E l’amore che è un’eccezione da scommettersi solo se sai l’azzardo e puoi il respiro per trattenerlo oltre. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E dettagli che si appropriano di te e ti raccontano come questa pioggia fuori che dilata malinconie e tu ci credi e ti ascolti anche se adesso non piove. Ogni storia ha il peso della polvere, è il gioco del sottinteso che per capire ti scavi e rischi di soffocare e intanto collezioni graffi. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il punto che non è punto se domanda. Puoi fingere di non ascoltarti e allora fai tre giri su te stesso, ché tanto lo sai che rimani fermo e ogni giravolta vale un alibi per invecchiare senza che nulla ti cambi. Così hai la finta leggerezza di un abito usato e ti puoi dire contento ad ogni sorriso nello specchio. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E beati gli idioti che son così certi di consistere e generano il nulla o il danno assolto. Non rassicura l’arte ma distrugge, ché ha necessità di fuoco e cenere. E soffriti i frantumi, intascali ché hai creato un capolavoro nel tuo farti guerra da solo. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il beneficio del buio, la scatola chiusa, le labbra rimosse. Restiamo serrati a contare la rimanenza di un niente che ci facciamo bastare per giustificare con un “va tutto bene” il nostro essere fuori posto, come se un porsi di spalle ci potesse regolare il quieto vivere. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il dirsi in controluce che è sempre meglio rinunciare, che così ti ripeti non sono mica fermo e la fortuna gira e già ti scordi che lei ti rovina ogni passo prudente e non precipiti lì dove tu sai, solo se il volo lo tenti. Sarebbe bastato un “ritorno più tardi”, una pistola puntata sul cuore e uno sputo per lasciarti dietro un distinto saluto. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E la convenienza del cazzo, quella buona solo per la censura bieca da bar del centro ma sbrigati che ho solo un quarto d’ora. E le tue scuse da caffè ristretto non le sento: ho il volume dei pensieri troppo alto e la condanna del “come se” da sotterrare con accuratezza. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E la coerenza, che non la trovi neanche di contrabbando. E’ il voler ficcare cocciuti il poi nel prima, l’infognarsi nella scarpa di Cenerentola o nei pantaloni dei tuoi vent’anni: come ad accusare il tempo di malafede quando non trovi più argomenti per la tua ridicola casina di sabbia. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E spargi e ancora spargi ma non semini niente, ché è solo pianto ed eco di sangue e se non l’asciughi da te saranno passi estranei a farlo. Più opportuno il pugnale che il pregare, più savio l’impazzire in questo mondo che si vuole lineare. Ti bacio nel ricordo, della tua lama farai buon uso anche tu, lo so. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E la condanna della normalità: come bussare a un portone che qualcuno decide sbagliato per te. O cambi indirizzo o sfondi, il frantumarsi la testa è compreso nel prezzo, il farmi posto è un optional, ché l’affezione al disordine è privilegio del coraggio. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E partenze che ripartono e ti immalinconisce quella smania del nuovo che ti sorrideva su una spalla, senza tregua. Ché ogni nuovo passo è un dono da rimestare nella memoria. E brandelli sovrapposti di tempo ti percuotono e a volte i colpi dolgono, sì che lo sai. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E continuiamo a viaggiare seguendo direzioni ribaltate per incontrarci meglio, assimilarci in pelle e fiato a giusta distanza tra le nuvole dell’andata e del ritorno. Solo così riusciamo a dirci che continuiamo a vivere seguendo quel movimento necessario che più di noi si ostina a ribaltare il Caso, ad ogni nostro saluto ordito in lontananza. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E il tempo che ti naviga ma non te l’aspetti, ché non ti puoi concedere pause dal pensare e allora te lo distendi e riconti la notte, come un abbraccio di passaggio che è già andato. Iperboli di cristallo da colmarti la memoria, solo se sai ancora soffiare sulla polvere. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E chiudi gli occhi e conta e girati lentamente: ci sono ombre stabili sul muro. E allora tieniti buona compagnia, ché ogni fine è convenzione inopportuna, tu continua a camminare e ricucirti aggirando ogni inciampo e ogni strappo. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E la solitudine da sillabare usando lettere per rime improprie. E no che non te la chiedo neanche una sigaretta e il marciapiede lo sbaglio con precisione da sempre. E allora non ci pensare, ché i miei pezzi sulle scale me li calpesto da me, con infinita premura. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E la divertente crudeltà delle coincidenze postume, quelle che osservi da due vite avanti. Tientela per mio cattivo ricordo, e che ti basti e avanzi. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E i due piatti della bilancia che tanto c’è comunque lo stesso materiale da pesare. E sempre qualcosa da pagare e in cambio ci si spesa a stento. E intanto meglio far finta di niente, sennò non puoi dire di stare in piedi mentre sei già caduto. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E tu che balzi come un vinile alla velocità sbagliata. E’ l’intoppo del tempo e di altro ancora, che tanto non intendi perché ti sfugge ogni parola. E scivoli allora e ti rabberci il senso nella tua testa che gira da sempre in controtempo. Il turbine, quello sì che ti rassomiglia e che lo sai sillabare. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E prefiche che assoldandosi da sé blaterano sfacciate omelie, scambiando il pisciare fuori dal vaso col demarcare un territorio come proprio: è il pensare becero che abbrancare un perimetro dia diritto a invaderne l’area, vivaddio prigioniera solo di sé. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E ciò che si dice appeso a un filo. E' il dilemma della scelta che si consuma tra l’essere Penelope o Atropo: o continui a tessere o recidi, è il ripetersi sottovoce che ogni scelta avviene per necessità. Gira quel filo, gira, avvinto fra le dita. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.
E l’inganno dei tuoi passi sul selciato che si perde nella sera, senza lasciare suono e traccia, ombra tessuta che non conosce trama. Se vuoi ti calpesto, ti oltrepasso se puoi. Conto uno ad uno i sassi che incontro. E’ sempre stato così tra noi, un lento incauto misurarci prima di ogni fuga. Ben vengano le deflagrazioni allora ma solo se non ti manca il fegato per ricostruire. Dalle fondamenta, beninteso.































sabato 21 settembre 2013

Vucciria


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Ilaria Guccione, Il guardone (Palermo, 2013)
 
"Poi, riemergendo a quella luce di lacca e d'oro, lei domandò - Il pittore, come si chiama il pittore? - Boucher, mi pare: Francois Boucher - e in piedi, guardandola, distesa ora sul dorso, non piú nella grazia del quadro vivente ma disarticolata nel soddisfatto languore pensò «Francois Boucher: boucher, boucherie, vucciria. Vucciria. Il mistero che è in ogni lingua: per un francese i quadri di questo pittore, cosí luminosi, cosí sensuali, cosí pieni di gioia, forse avranno una sfumatura, appena una sfumatura, di macelleria, di vucciria. Io, pur conoscendo il francese, sto pensandoci ora: il nome Boucher fino a questo momento è stato per me incanto, desiderio...»."
(Da: Leonardo Sciascia, Il consiglio d'Egitto)

Vucciria che è intrico di balate, che se ci scivoli su dice che porta bene perché vuol dire che sono ancora bagnate. Che è ricordo di una donna e sul suo viso sempre quel sorriso aperto che rimaneva ancora di bambina. Lei che era nata straniera e che qui, per accidente di guerra, ci passò la vita. E se la tolse poi, scivolando giù di piano in piano, in un'altra città che le veniva straniera, per scegliersi da sé la fine in barba ai dottori e al dichiarato male.
Vucciria che si è fatta timido mercato, che ti parla di crolli e di opportune ricostruzioni e il perché vallo a chiedere alle vecchie e nuove istituzioni, ché la storia si ripete e si sovrappone in postume salvezze armate di cemento, e a loro soltanto non reca mai alcun alcun danno.
Vucciria che sulla bocca nostra significa confusione di voci e passi, frastuono, bordello, elogio di ogni caos che ci fa regola e parentela.
Vucciria che è amici e birra nel sole di agosto e scatti a giocarsi di sorpresa il gesto e il viso.
Che è pure quel quadro lì del '74, abusata icona e souvenir da cartolina, esposizione enciclopedicamente ordinata di mercanzia e, a spiccare su tutto, quel culo di donna che quell'uomo che le viene incontro ancora non ha visto e già vorrebbe comprare.
Te lo ritrovi allo Steri, che fu sede di morte e di dolore e a guardarlo magari ti ritieni anche fortunato, ché prima stava chiuso nella stanza del rettore.
Ma quando scende sera quei luoghi là, che puzzano ancora di potere, baciati dall'artificio di una luce di spettacolo, non fanno paura a nessuno e tu ti metti in croce a un muro e ci ridi su.