Provo che ci riprovo ad andare.
Fin dove arrivano gli occhi.
Fin dove possono i passi.
Fin dove sanno le dita su un qualunque foglio.
Fino al mio prossimo Altrove.
Ilaria Guccione, Porte aperte alle idee (Palermo, agosto 2015)
Dice che ambasciator non porta pena e che tu hai solo da portar pazienza, ché a porta chiusa sempre un portone si spalanca.
Ma è l'ambiguità dello spiraglio che prevale, la porta socchiusa che spesso fraintendi in entrata, la sottintesa eco di parole smozzicate che ti nega il privilegio dell'uscita e della fuga e tutto quel pensare che ti ostini a trattenere mentre stai già rovinandoti in caduta.
Stretta è la soglia, storta è la via. Tu di' la tua che io ho scritto la mia.
Ilaria Guccione, Il Genio di Palermo ha fatto la spesa alla Vucciria (Palermo, giugno 2015)
Il sindaco annuncia emozionato: i cittadini al tram il nome hanno trovato.
Il palermitano in massa ha votato e Piuma e Filo ha alfin bocciato.
Par ovvio a me che a guidare la tenzone sia stata la celebre canzone.
Quel gran genio del mio amico capirebbe cosa dico
evitando le buche più dure per le vie sconnesse e scure
rallentando per poi accelerare se su strisce scolorite tu vuoi attraversare.
Dolcemente viaggiare, col tram Genio* per Palermo vagare.
E intanto il povero barbuto col serpente che tutto vede e tutto sente
si duole per un braccio fratturato e per la piazza maleolente.
Che gran iattura ritrovarsi al braccio non il gesso, spazzatura.
E non c'è mai nessuno che nell'odioso seral bordello
gli porti fin lassù almeno un bicchiere di vinello.
* Del Genio di Palermo, protettore della città e quindi fratello laico della santuzza e sulle sue raffigurazioni e interpretazioni ti racconterò un'altra volta. La statua riprodotta nella foto la trovi alla Vucciria, nella piazzetta Garraffo. Solitamente in compagnia di spazzatura, macchine e altro ancora.
Ilaria Guccione, Quei posti davanti al mare (Palermo, maggio 2015)
Tra l’albergo e il mare era lieve la distanza. Un suonatore di organetto, speranzoso di moneta, regalava all’aria salmastra Tu a che a Dio spiegasti l’ali. Agonizzava, il principe. Contandosi gli anni passati e scorporandone appena due o tre di felicità, ché tutto il resto se n’era andato in noia e dolore e feste da ballare e rosari da sgranare.
Agonizzava intanto lo scrittore nel letto di una clinica romana, sperando la propria morte in quella sua città in cui da vivo non sarebbe più riuscito a tornare. *
Agonizza (anc)ora la sua città. Perde memoria, la vende al primo offerente che passa per la via, per qualche chilo di patate fritte che odorano d’Olanda sulla carta, per il primo festivàl che qualcuno compra e qualcun altro ci vende, per siculi bistrot che il palermitano verace non sa neanche come minchia pronunciare, per mutande e calze che i buchi ci si fanno sempre a buon mercato, per una mobilità dolce in una terra pesante che pare promessa di cannoli per la via ma è solo roba di piccioli che tu il ciavuru non lo senti neanche, accontentati delle patate, ché qui si vende aria fritta a tinchitè e, se non ti bastasse, ci sono pure colline di munnizza e quelle son sempre aggratis et foetore Dei.
Ha agonizzato forse l'uomo nella sera, che il cuore l’ha lasciato nella
piazza dei signori e il suo tempo l'ha fatto senza fare in tempo o la
ragazza nel mattino di pioggia, che il suo passo l'ha tranciato l'altrui furia sull'asfalto.
Agonizzo io nei miei giorni stentati, zoppicando malinconie stonate, canticchiando a volte quell’aria quando percorro l'artefatta lontananza che ormai c'è tra albergo e mare, maledetta guerra che ci hai regalato troppi morti e troppa terra. **
* Il romanzo, lo scrittore, ma che te lo dico a fare? Vabbè te lo dico uguale: Nella strada di sotto, fra l'albergo e il mare, un organetto si fermò, e suonava nell'avida speranza di commuovere i forestieri che in quella stazione non c'erano. Macinava Tu che a Dio spiegasti l'ali. (...) "Ho settantatré anni, all'ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due... tre al massimo." E i dolori, la noia, quanti erano stati? Inutile sforzarsi a contare: tutto il resto: settant'anni. (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)
** Palermo è una città di mare il cui mare è una forma assente. Durante la seconda guerra mondiale, nella passeggiata a mare, nota come Foro Italico (già Foro Borbonico) la distanza tra la terraferma e il mare aumentò perché lì furono riversate le macerie di edifici devastati dai bombardamenti.
Tu che ieri sera sei sceso in piazza e hai ballato e cantato o semplicemente guardato gli altri ballare e cantare, una mano buona per la birra e l'altra per il pugno teso, tu che magari hai anche visto il manifesto dell’iniziativa e magari non ti sarà piaciuto, sicuramente non ti avrà parlato, si vabbè c’è una fisarmonica e allora continuo a ballare cantare bere guardare. Tu che certo non hai inclinato la testa, che già girava per i cazzi suoi, per leggere quell’avvertenza verticale che recita: “particolare del manifesto di L. Veronesi. Non è stato possibile rintracciare gli eredi detentori dei diritti pertanto” ecc. Ma anche se l’avessi fatto, non ti avrebbe cambiato la vita né la serata.
Liberi di cantare e di ballare, manifesto Arci (2015)
Ma tu che forse per due secondi l’hai guardato ti sei chiesto perché ci sia la coccarda francese insieme a quella italiana? Hai riconosciuto il berretto frigio? Ti sei chiesto perché? Io penso di no, perché eri troppo impegnato a ballare.
Luigi Veronesi, milanese, pittore, incisore, fotografo, grafico, quel manifesto lo progettò nel 1947, per la festa della fraternità e del popolo del 14 luglio. Sì, quella stessa festa che per la prima volta si tenne a Milano nel 1945, in luglio. Ché quell’aprile lì c’era ancora poco da festeggiare. Sai, quella stessa festa che s'è scelta come premessa a quella tua di ieri. Lo sai? Ma lo sai cosa cazzo si festeggia il 25 aprile? No, perché sai, da quel che vedo e ascolto in giro io mica lo so se tu lo sai.
Luigi Veronesi, 14 luglio (1947)
Veronesi, falsificatore di documenti, Steiner, nipote di Matteotti e partigiano, Huber, Muratore, Magistretti furono tra quelli che, mezzi pochi e urgenza tanta di raccontare, fin dal 1945 si impegnarono nell’allestimento di mostre documentarie “di ricostruzione”, nell'elaborazione di manifesti.
Veronesi, nel 1946, disegnò il manifesto 25 aprile 1945, fronzoli niente, slogan semplice: “per chi l’ha dimenticato”, un invito alla memoria fatto di numeri, una semplice bandiera tricolore, rosso che gronda sangue:
Esercito di Liberazione, caduti: 35.149, dispersi: 16.922, mutilati: 11.411.
Il manifesto proposto dall’Arci, dicevamo. Non me lo chiamare un particolare di quello originale perché è un’immagine ripulita da photoshop, tu che occulti dettagli, cambi slogan e lettering, tu che decontestualizzi un'immagine ma non sei Duchamp, tu che fai di un manifesto del passato un pasticcio muto, un'immagine coordinata di questo presente sghembo e rattoppato.
E tu, proprio tu, che hai cancellato con cura le bandiere e il testo e che magari pensi di essere stato proprio bravo: la prossima volta non lasciare lo svolazzo giallo della G della parola luglio sul berretto!
A rimanere appesi ad un’attesa da giudizio, vittime del malocchio supponente di chi per lecito consenso si sente domineddio giudicante sul nostro essere libero e pensante.
Bello sarebbe il mondo se non ci condannasse.
Al trucco della scheda, l’obbligo d’inventario, al casellario straboccante.
Se non ci sottraesse il passo e il verbo, lo sdegno e l'anarchia.
Bello sarebbe il mondo se non ci relegasse.
Con un gran calcio in culo da scarpa d'ordinanza nel girone degli offesi, pensando di tranciarci ogni speranza.